Cermeg

A cura di Maurizio Manzin e Federico Puppo

Audiatur et altera pars

Il contraddittorio fra principio e regola

 

Giuffrè Editore

Milano 2008

€ 44,00

 

"«Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti ad un giudice terzo ed imparziale» (art. 111 Cost. c. 2).

La regola del contraddittorio è semplicemente una prescrizione sancita da norme giuridiche positive - sia pure di rango costituzionale - oppure l'ascolto paritario delle parti al cospetto di un soggetto terzo e imparziale rivela la struttura profonda e originaria di ciò che chiamiamo «diritto»? In che modo, poi, il dire delle parti e l'ascolto del giudice andrebbero organizzati dal punto di vista logico?

La connnessione fra principio e metodo appare per molti versi decisiva nell'esperienza processuale e nel sapere giuridico" (Dalla IV di copertina).

In allegato l'Indice del Volume. 

 

COMPENDIO DELL'OPERA

(a cura di Federico Puppo e Letizia Mingardo) 

 

MAURIZIO MANZIN

Del contraddittorio come principio e come metodo

Nell'articolo sviluppo alcune considerazioni sul concetto di parità delle parti nel processo attingendo a una fonte antica (Seneca, Medea) e mettendolo in relazione con quel tipo di dialogo che si sviluppa nel contraddittorio, così come stabilito dalla Costituzione Italiana (art. 111). Di seguito, elenco in rapida sintesi le maggiori scuole di teoria del diritto che hanno affrontato la questione del ragionamento processuale, individuando tre punti di criticità. Successivamente, dopo una breve descrizione dell'itinerario intellettuale che ha condotto Francesco Cavalla a promuovere una serie di ricerche sul tema della dialettica e della retorica forensi (culminate con la fondazione del Centro di Ricerche sulla Metodologia Giuridica), mi soffermo su tre livelli del contraddittorio: ontologico logico e deontologico, per argomentare il carattere di "principio" (e non soltanto di "regola") del medesimo. Conclusivamente, segnalo le difficoltà e le opportunità che si incontrano nel processo penale ed in quello civile per una piena realizzazione del dialogo paritario fra le parti, suggerendo alcune possibili vie di intervento.

 

FEDERICO PUPPO

La forma retorica del contraddittorio

In questo scritto mi propongo di illustrare e chiarire il criterio scelto per ordinare i saggi dei diversi Autori nel contesto del volume. Nel loro insieme, essi mostrano come contraddittorio e retorica non possono essere disgiunti con riferimento all'esperienza del diritto, al punto che l'uno può esistere solo in presenza dell'altra e viceversa.

 

AMEDEO G. CONTE

Una vita ipotetica: Ernesto Molinari

Un tributo alla memoria di E. Molinari scritto da A.G. Conte per conto del Centro di Ricerche sulle Metodologia Giuridica

 

EUGENIO RIPEPE

Civiltà giuridica europea e retorica giudiziaria: un'anteprima a teatro

La tragedia Eumenidi di Eschilo costituisce probabilmente il primo esempio di retorica giudiziaria nella civiltà giuridica europea, nonostante essa non abbia finora goduto della considerazione tributata dai giuristi all'Antigone di Sofocle. È indiscutibile che numerosi retori dell'antichità, in un modo o nell'altro, hanno fatto riferimento alle vicende narrate nell'Orestea. Peraltro, è lo stesso testo delle Eumenidi a rivelare la familiarità di Eschilo con le tecniche retoriche: egli ci offre la prima rappresentazione di un processo giudiziario che si storicamente conosca, nella quale sono descritti comportamenti processuali che solo molti secoli dopo saranno codificati. Ne costituisce massimo esempio l'affermazione dei principi di terzietà, contraddittorio, definizione in sede processuale dell'oggetto del giudizio e sua qualificazione giuridica, sanzione commisurata alla responsabilità personale dell'accusato, i quali diverranno costitutivi della civiltà giuridica occidentale. Si osservi come, nel passaggio da un diritto inteso come vendetta ad un diritto che diviene processo, la funzione delle attività persuasive (messe in atto paritariamente dalle parti per asserire le proprie ragioni) assuma un ruolo fondamentale.

 

AUGUSTO CHIZZINI

Brevi spunti in tema di  oralità e dimensione retorica nella genesi del processo civile

Il saggio indaga le origini della oralità e della dimensione retorica del processo civile. La tesi sostenuta è che il processo civile sia nato e affondi le proprie radici nel processo del diritto comune - incentrato sull'ordo iudiciarius - il quale era sostanzialmente regolamentazione formale dell'esercizio della retorica, quale recepita dalla più risalente tradizione classica. Durante la modernità, tuttavia, la struttura propria del processo è cambiata sicché la retorica non vi ha più trovato spazio alcuno: di fatto, che il processo moderno nasce e si caratterizza in radicale contrapposizione al sistema originario, dominato ora dal Leviathan dello stato assolutista.

Se un tempo, quindi, la retorica rappresentava il metodo per eccellenza di una razionalizzabile e controllata ricerca della verità, sia nella ricostruzione dei fatti sia nel riconoscimento dei diritti (dove il perno del processo era rappresentato dal contraddittorio, assunto quale metodo di ricerca della verità probabile), col passaggio alla modernità - complice la "burocratizzazione del giudice" e l'emersione di un ordine processuale asimmetrico - il contraddittorio viene visto come una sorta d'ingombro nella ricerca della verità processuale, consegnata al pensiero sistematico nelle varianti razionalista ed empirista. In questo quadro la retorica, ridotta a pedissequo formalismo, appare inadeguata alle nuove esigenze.

L'odierna crisi della giustizia, tuttavia, potrebbe condurre, da un lato, all'affievolirsi dell'incidenza del modello processuale asimmetrico e, dall'altro, al perfezionamento di un modello isonomico, più consono alle nuove esigenze imposte dal mutato assetto dei poteri (e in particolare di quello giurisdizionale). Per questa via potrà, forse, ricrearsi quell'ambiente originario in cui riequilibrare la posizione delle parti processuali e dare spazio alla retorica nella ricerca della verità giudiziale.

 

DANIELE VELO DALBRENTA

Nemo inauditus danari potest

Lo scopo di questo saggio è di riconnettere la configurazione classica del principio del contraddittorio (Audiatur et altera pars), di carattere - latamente - etico, a quella contemporanea, di carattere assiomatico-procedurale, per verificare profili di continuità e profili di discontinuità.

In particolare, la tesi quivi sostenuta è che, attraverso la "neutralizzazione" tecnico-giuridica della problematicità del principio del contraddittorio, sono state progressivamente emarginate le parti private rispetto all'amministrazione della giustizia penale, così tradendo la stessa ragione d'essere del processo penale. Emblematica, a questo riguardo, la distinzione tra i modelli penalprocessualistici denominati "accusatorio" ed "inquisitorio" (peraltro ormai consolidata), la quale, a ben vedere, risulta semplicistica, fittizia, o comunque ambigua, proprio perché nasconde l'innegabile fondamento dialettico del processo.

  

PAOLO SOMMAGGIO

Il contraddittorio come criterio di razionalità del processo

Questo lavoro intende sviluppare alcune riflessioni sul tema del contraddittorio generate da recenti pronunce della giurisprudenza che statuiscono la nullità di una sentenza nel caso in cui il giudice non abbia tenuto conto di quanto argomentato dalle parti nel processo. Ciò testimonia, secondo l'autore, un mutamento culturale che pone in crisi la tradizionale concezione normativista. La novità giurisprudenziale impone, perciò, una indagine sul tema del contraddittorio, a partire dal dato testuale. Le norme che si riferiscono a questo principio sembrerebbero indicare che la dialettica processuale costituisce un punto imprescindibile dell'intero fenomeno giuridico, previsto in ogni tipologia processuale. Tuttavia la dottrina, analizzata nel saggio, non spiega le ragioni per le quali il contraddittorio sarebbe il mezzo preferito dal legislatore per garantire la risoluzione delle controversie e ritiene "ovvio" considerarlo un postulato fondamentale dell'ordinamento. Tuttavia alcuni luoghi del dibattito dottrinario sembrano testimoniare un cambiamento: essi giungono a concepire il contraddittorio anche come un metodo attraverso il quale il processo può approdare a decisioni, oltre che formalmente corrette, anche sostanzialmente condivisibili per effetto della loro dialogicità. A questo punto ci si interroga sulla natura logica del contraddittorio, fondato sulla struttura del Principio di non contraddizione. La sua rigorosa fondazione razionale permette di sostenere che dialettica processuale si presenta come la miglior tecnica di conoscenza perché permette di approdare a decisioni sostanzialmente condivise (per il fatto che tengono conto di quanto effettivamente dibattuto dai partecipanti al dibattito). Da queste considerazioni discendono almeno tre conseguenze.

La prima è il rifiuto dell'argomento "terzo" rispetto a quanto sostenuto dalle parti ed introdotto dal giudice nel dibattito processuale. Il ragionamento del giudice, infatti, sembra passato da una struttura di riferimento "moderna", ad un modello post moderno in cui egli decide sulla scorta di un argomento "soggettivo" ed in seguito crea un collegamento con una norma di legge. La proposta dell'autore si specifica in questo: radicalizzare il percorso di secolarizzazione del processo. Ciò si attua in questo modo: porre come premessa del ragionamento del giudice l'esito del contraddittorio, e non un argomento estraneo alla controversia.

La seconda conseguenza si specifica nella rivalutazione del ruolo delle parti processuali. Non più semplici attori in una "scena" (il contraddittorio inteso in senso "debole"), ma veri e propri protagonisti del processo e della sentenza. L'avvocato, come patrocinatore delle parti processuali può e deve tornare a fare il proprio mestiere: tutelare le ragioni del proprio assistito; non sarà, quindi, solo colui che racconta al giudice come si sono svolti i fatti colorandoli più o meno artisticamente (solo perché non può fare altro), ma dovrà essere l'autore di complessi ragionamenti tanto in fatto quanto in diritto di cui il giudice non può non tenere conto, pena la nullità del suo provvedimento. Questo ovviamente impone di riscoprire l'arte di argomentare, che è capacità di costruire ragionamenti condivisibili (anche) attraverso la confutazione.

La terza conseguenza indirizza la riflessione verso la prospettiva metodologica. Il problema riguarda, infatti, l'organizzazione del materiale processuale in vista dello scontro dialettico che non si risolva nella mera persuasione, intesa fattualmente come semplice forza di convincimento verso il giudicante, anche subdola o, perché no, addirittura falsa.

Questo metodo dovrebbe infatti garantire almeno il risultato, di riuscire ad esporre le ragioni della propria parte in modo che esse possano superare le obiezioni del contraddittore. L'esito del contraddittorio, ciò che resta dello scontro degli argomenti, dovrebbe, come la farina che viene prodotta dallo stridere delle macine, essere raccolta dal giudice e fornire il materiale sul quale egli possa costruire la propria pronuncia. I giudici, perciò, secondo questa prospettiva metodologica sono chiamati a svolgere un ruolo molto delicato: essere custodi del contraddittorio, la funzione forse più importante e difficile. Non potrà più essere consentito, invece, che l'organo giudicante continui, anche involontariamente, ad interpretare il ruolo di paterno tutore del cittadino ed officiante della legge, quando in realtà giudica sulla scorta di impressioni soggettive facendo emergere il volto liberticida di un potere ingiustificato.

 

ADELINO CATTANI

Persuadere e convincere. Perché esiste la dissuasione e non la *s-convinzione?

Si induce qualcuno a credere o a fare qualcosa  persuadendolo o convincendolo. Lo si induce a non credere o a non fare dissuadendolo: come mai  il nostro lessico non prevede anche un verbo che indichi l'azione opposta al convincere,  qualcosa come lo *s-convincere? Può essere significativo? Forse sì. Com'è indicativo che non esista l'equivalente di vettore inverso, dell'atto di dedicare, il *dis-dedicare.

 

GIOVANNI FIANDACA

Intorno a verità e contraddittorio nel processo penale

Sulla base dell'assunzione iniziale per cui il contraddittorio investe molteplici aspetti del processo penale, da quello dei suoi scopî al problema della ricerca del vero che ivi si attua, l'A. mostra come risultino insostenibili le teorie per le quali il contraddittorio è più strumento di garanzia dei diritti dell'imputato che non metodo di accertamento del fatto. Nell'esigenza etico-politica, prima ancora che speculativa, di dover preservare la nozione di verità dagli esisti tipici della deriva scettica della post-modernità, si evidenzia come, in ambito penalistico e teorico-giuridico, vi siano studiosi - come Taruffo, Ubertis, Ferrua, Ferrajoli, Francesco Cavalla e gli esponenti della sua scuola - per i quali la dimensione oggettiva del contraddittorio è metodo di accertamento della verità processuale garantita dalla dialettica di formazione della prova. Dal momento che quindi non è possibile accontentarsi di un solipsismo monosoggettivo in sede probatoria, ché ciò equivarrebbe a legittimare - anche involontariamente - il possibile arbitrio, il problema che si pone è se esistano o meno metodi di ragionamento idonei a rendere rigoroso - o più rigoroso - il confronto dialettico da sviluppare in sede giudiziaria, tenuto altresì conto delle complessità introdotte dal sempre maggior ricorso alla cd. prova scientifica nel processo penale.

 

VITTORIO VILLA

Il "giusto processo" fra regole e principi                                  

La dottrina processual-penalistica prevalente (ad esempio Ferrua) distingue, all'interno delle disposizioni contenute nel nuovo articolo 111 della Costituzione, fra disposizioni che esprimono principi (ad esempio quelle presenti nel secondo comma dell'articolo) e disposizioni che esprimono regole (ad esempio quelle contemplate nella seconda parte del quarto comma). Si tratta di una tesi senz'altro condivisibile, che mostra tra l'altro come l'argomento della sedes materiae non possa essere utilizzato  per giustificare la distinzione fra regole e principi: i testi costituzionali possono ben contenere regole, così come le disposizioni legislative possono ben esprimere principi.

La questione del modo in cui si può distinguere, all'interno dell'articolo 111, fra principi e regole costituisce un ottimo "banco di prova" per corroborare una tesi di carattere più generale: quella secondo cui tale distinzione, al di fuori dei casi che possono essere considerati come istanze paradigmatiche di regola o di principio, è da considerasi come relativa e graduale, in quanto costituisce l'esito, sempre rivedibile e contingente, di strategie interpretative finalizzate al raggiungimento degli obiettivi più diversi (che possono essere sia di carattere conoscitivo che di carattere politico), piuttosto che un dato oggettivo risultante dalla descrizione di supposte "proprietà ontologiche" delle norme.

Anche in questo caso specifico la distinzione fra regole e principi rappresenta il risultato di una strategia interpretativa, una strategia peraltro molto apprezzabile in quanto si sforza di trovare una via di mezzo fra l'eccessivo allargamento delle garanzie per l'imputato (quale si avrebbe, ad esempio, se il principio del contraddittorio nella formazione della prova si proiettasse al di là del "tema generale del processo") e una interpretazione riduttiva del contraddittorio, che estenda indebitamente i margini delle eccezioni previste.

  

AURELIO GENTILI

Contraddittorio e giusta decisione nel processo civile

Il contraddittorio può essere visto tanto come metodo necessario per una giusta decisione, quanto come mero principio legale, generalmente adottato per la sua utilità.

La giustizia della decisione ed il contraddittorio possono essere colti a due livelli: quello del caso concreto, e quello di un discorso idealmente completo sul caso. Al primo livello il contraddittorio è solo un principio utile; al secondo è invece espressione della dialettica che assicura la giustizia della decisione.

  

PAOLO MORO

L'etica del contraddittorio. Il principio costitutivo della deontologia forense

Gli antichi maestri della retorica classica insegnano che l'attività dell'avvocato non è una logica della norma, ma una metodologia della controversia.

L'esperienza forense testimonia che la logica giudiziale non è esprimibile in uno schema precostituito, come quello della procedura analitico-deduttiva, ma si costituisce con l'esercizio pratico della confutazione e del contraddittorio nella struttura dialettica del processo.

Dunque, attraverso il contraddittorio si mostra concretamente la finalità del processo che impone alle parti e al giudice una collaborazione nel dibattito della controversia e obbliga tutti i partecipanti a ritrovare nel dialogo un aspetto comune nella disputa.

Orientamento direttivo dell'azione dialogica del giurista pratico nel processo e per il processo, il contraddittorio appare anche il principio costitutivo della deontologia forense che, nella sua sostanza, è una metodologia.

Nello stesso ordinamento forense il vincolo del contraddittorio costituisce il fondamento della condotta dell'avvocato, che deve rispettare il dovere di lealtà e correttezza, il dovere di fedeltà, il dovere di difesa e il dovere di verità.

Negare il contraddittorio come principio costitutivo della metodologia e della deontologia forense significa negare la funzione sociale dell'avvocato, diretta alla tutela dei diritti fondamentali della persona e all'attuazione della giustizia, assegnando al medesimo il ruolo di mero servitore del potere politico e del potere giudiziario.

Per questi motivi la cultura classica tramanda che, come dice Quintiliano, il retore è vir bonus dicendi peritus, indicando che l'avvocato è certamente un uomo abile nell'eloquenza (dicendi peritus), ma soprattutto è un uomo di valore (bonus).

 

CARLO CHELODI

La retorica nell'esperienza processuale dell'avvocato civilista

La retorica, generalmente ritenuta un'esclusiva del penalista, permea invece di sé ogni intervento anche, e forse soprattutto, dell'avvocato civilista, il  cui operare nel processo è logicamente regolato nell'intento di garantire  le conclusioni delle quali chiede l'accoglimento. Si affronta in questo intervento, partendo dall'esperienza "sul campo" dell'avvocato civilista, il percorso processuale, nei suoi vari gradi e nelle sue diverse fasi, analizzando la tecnica di dimostrazione della verità processuale, come coerente, lineare, razionale liaison fra premesse e conclusioni, evidenziando l' uso di tecniche e ragionamenti che altro non sono che l'esercizio della retorica.

La rigorosità del percorso persuasivo, la scientificità (dinamica) della retorica, impongono professionalità, con le conseguenze in termini di responsabilità contrattuale e deontologica, con le ineludibili esigenze di tecnicismo e cultura non solo giuridica.

La irrinunciabile professionalità è messa in voluto contrasto con l'esondazione numerica dell'avvocatura e quella contemporanea dei riti e delle ripetute novelle legislative, fenomeni che la ostacolano, svilendo professione e processo, ed imponendo auspici di riforma dell' accesso alla professione e del processo civile e maggiore attenzione deontologica, profili criticamente evidenziati, sottolineando  importanza e funzione degli studi storici e filosofici in materia. 

 

AURELIO GENTILI

Processo civile e forme della retorica

Il saggio esamina le due forme della retorica del processo civile: quella dell'avvocato e quella del giudice. Entrambe hanno un aspetto psicologico, persuadere, ed un aspetto razionale, la correttezza.

La retorica dell'avvocato è di tipo strategico, e concerne il modo di presentare gli argomenti favorevoli al cliente. Perciò la ricerca delle premesse dipende dalla soluzione. L'avvocato non dice necessariamente la verità, anche se per persuadere deve avere l'aria di dirla.

La retorica del giudice è di tipo comunicativo. Egli appare cercare in modo imparziale le premesse della sua decisione nella legge e nei fatti. Ma in realtà non può né constatare il senso della legge né accettare i fatti senza condurre valutazioni. Dunque anch'egli in parte finge.

Ma non è strano che nel processo civile nessuno dica per intero la verità. Essa infatti non è lo scopo di discorsi di genere normativo come quelli che si fanno nel processo.

 

GIUSEPPE ROSSI

Contraddittorio processuale e formazione della regola di diritto

Dopo aver iniziato con due esempi tratti dalla cinquecentesca opera di Rabelais, il saggio affronta la relazione fra le regole giuridiche e il conflitto degli argomenti delle parti in un processo. Secondo quella che è la prospettiva tradizionale del positivismo giuridico, le regole giuridiche pre-esisterebbero all'inizio della controversia; d'altra parte, il risultato finale della lite non sarebbe una conseguenza degli argomenti delle parti, ma di una previa decisione del legislatore, che il giudice si preoccuperebbe di tradurre in termini concreti.

Le moderne teorie dell'interpretazione riconoscono all'interprete un ruolo peculiare nella (co-) determinazione del contenuto effettivo delle regole giuridiche; nondimeno, l'interpretazione è ancora vista essenzialmente come un'attività unilaterale, e quasi sempre come il compito proprio del giudice.

Il saggio, muovendo sia da varie esperienze storiche che da vigenti disposizioni di codici di procedura civile, tenta di dimostrare che le regole giuridiche vengono definite in modo corretto se intese come il risultato del particolare scambio di argomenti tra le parti.

  

LETIZIA MINGARDO

Un esempio recente di antinomia fra endoxa biogiuridici: l'ordinanza del Tribunale di Roma sul cd. caso Welby

Un esempio recente di antinomia fra due endoxa biogiuridici: l'ordinanza del Tribunale di Roma, sezione prima civile, del 15-16 dicembre 2006 sul cd. caso Welby

La molteplicità di ‘questioni bioetiche' che oggi si pongono per effetto del continuo incremento delle potenzialità di intervento bio-tecnologico sul corpo umano sfocia non di rado in decisioni giudiziali, rispetto alle quali il giurista è chiamato ad un'indagine critica.

Lo scopo del presente scritto è quello di analizzare una decisione giurisprudenziale in tema di autodeterminazione terapeutica: l'ordinanza del Tribunale civile di Roma del 15-16 dicembre 2006, con la quale è stato rigettato il ricorso, volto a ottenere l'interruzione della respirazione artificiale, di Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare.

L'analisi della pronuncia verrà condotta utilizzando gli strumenti offerti dallo studio della logica e dell'argomentazione giuridiche, con particolare riguardo, da una parte, all'applicazione dei principi logici di non contraddizione e di identità, e, dall'altra, al confronto con lo schema retorico proposto da Francesco Cavalla e con l'indagine condotta da Francesca Zanuso sull'uso dei luoghi comuni (o endoxa) nel dibattito biogiuridico.

L'intento dell'autrice è quello di porre in evidenza i profili contraddittori di tale provvedimento, il cui percorso argomentativo non appare in grado di giustificare pienamente la decisione adottata. In esso, inoltre, il giudicante si mostra solo parzialmente consapevole della strutturale vaghezza degli endoxa biogiuridici coinvolti: il conflitto fra autonomia individuale e indisponibilità del bene della vita non sembra quindi trovare, nel caso di specie, una giustificata composizione.

 

FEDERICO REGGIO

Restorative justice e controversia penale: quale controllo di razionalità per la giustizia (consensuale) conciliativa?

In questo breve percorso l'Autore esamina alcuni punti di contatto tra la Restorative Justice e la giustizia penale consensuale, riflettendo criticamente sulle possibili implicazioni di tale intersezione.

Reclamando l'urgenza di introdurre un nuovo paradigma della giustizia, il cui fulcro sia nel porre le persone - come individui e come esseri sociali - e non gli individui al centro dell'attenzione della giustizia, i sostenitori della Restorative Justice tendono a suggerire la necessità di adottare ‘strumenti alternativi' di risposta al crimine, rispetto al processo e alla pena tradizionalmente intesi. Fare giustizia, secondo il loro approccio, significa innanzitutto cercare di ricostruire una relazione di dialogo e mutuo rispetto tra offensore e vittima (ed i loro rispettivi entourages), che rappresenta il primo, fondamentale passo di un ‘processo' volto alla riparazione delle ferite prodotte dal crimine. In virtù di ciò, i sostenitori della Restorative Justice tendono a privilegiare forme di soluzione della controversia fondate sul consenso delle parti, coinvolte attivamente nella ricerca di una soluzione concordata.

Nel pretendersi ‘alternative' alle logiche e alle funzioni tradizionalmente attribuite al processo, tali strutture concettuali - e le loro proiezioni in istituti giuridici - provocano ad interrogarsi sulla capacità di tali modelli di ‘superare definitivamente' le istanze e le logiche incarnate dal processo, e a chiedersi se invece non aiutino a mostrare che alcune delle sue strutture teoretiche sembrano a tutt'oggi valide e capaci di offrire un insostituibile contributo alla (ricerca della) giustizia in ambito penale.

 

PAOLO HERITIER

Oltre le due culture: grammatiche antropologiche dell'iconico

L'articolo, mediante l'analisi della filosofia del diritto di Robilant e di Legendre, propone l'estensione della prospettiva retorica alla sfera del figurale e dell'immagine, considerate centrali per la comprensione della società contemporanea. Viene così postulato un passaggio dall'epistemologia giuridica all'estetica giuridica attraverso la nozione di ‘nomogrammatica', l'analisi delle forme plurali di scrittura del giuridico.

Il testo giuridico, pensato in continuità con il progetto culturale dell'umanesimo e oltre le secche del postivismo, si pone oltre la distinzione tra le "due culture", il sapere certo della scienza e il sapere incerto della letteratura: nella direzione retorica, da costruire, di una grammatica antropologica dell'iconico. L'indicazione presente nell'opera di Jean-Marc Ferry circa la "grammatica dell'iconico" si pone come un tentativo di rivalutazione della "razionalità" della sfera dell'iconico: da sviluppare nella direzione di una retorica del figurale, intesa come parte di una filosofia del diritto all'altezza della società dell'immagine in cui è immersa.

 

 

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Questo articolo è stato creato il Venerdì 20 Giugno 2008 alle ore 5:01 am ed è archiviato nella categoria Collana Acta Methodologica. Attraverso Feed RSS 2.0 è possibile monitorare questo articolo. Both comments and pings are currently closed.