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 Il numero 2 del 2008 della prestigiosa Rivista di Diritto Processuale pubblica una recensione, a firma di M. Gradi, sulla Seconda Edizione riveduta ed ampliata del volume Retorica processo verità curato da F. Cavalla.

Riportiamo di seguito la versione integrale dell'articolo (pp. 504 seg.). In allegato il documento PDF contenente la rubrica "Recensioni e segnalazioni" della Rivista nel formato originale.

 

Francesco Cavalla (a cura di), Retorica processo verità. Princìpi di filosofia forense, 2a ed., FrancoAngeli, Milano, 2007, pp. 316.

Il presente volume, che giunge ad una seconda edizione riveduta e ampliata rispetto alla precedente, raccoglie, oltre ad un ampio saggio introduttivo di F. Cavalla, i contributi di A.G. Conte, S. Fuselli, M. Manzin, P. Moro, C. Sarra, P. Sommaggio, D. Velo Dalbrenta e F. Zanuso, l'uno e gli altri aventi ad oggetto la funzione della retorica nel discorso giudiziale e il significato da attribuire alla verità che si forma nel processo. La tesi di fondo, tanto semplice quanto rivoluzionaria, dell'opera recensita è che «il processo è un formidabile laboratorio di ricerca della verità» (p.15), un luogo di lotta per la conoscenza, in cui l'attività retorica non è un mero gioco di persuasione e di seduzione verbale, idoneo a giustificare qualsiasi opinione, bensì un metodo rigoroso di riconoscimento della verità, capace di sfruttare il sapere comune delle parti per giungere, attraverso il superamento delle opposizioni, ad un risultato necessario ed innegabile, ossia degno di essere accettato dai partecipanti, sia pure nel contesto locale ove si è formato. Non si tratta, come gli stessi autori riconoscono, di una conoscenza che muove da premesse indiscusse, né tantomeno di un sapere che conduce, con assoluto grado di certezza, ad una ricostruzione esatta dei fatti e ad un'applicazione fedele delle norme. Tuttavia, pur senza essere garantita dalla sicurezza di una corrispondenza perfetta ad un modello precostituito, la conclusione retorica acquista, in quel determinato contesto, un valore di verità, in quanto essa, dopo essere stata sottoposta al confronto dialettico delle parti e delle loro obiezioni, si presenta come l'unica accettabile, ossia come l'unico discorso completo ed adeguato di fronte all'inconsistenza di ogni altra proposta alternativa. Ecco allora che si rivela il compito della retorica, il suo «autentico potenziale destino», che è quello di aumentare la conoscenza degli ascoltatori in un sistema dominato dall'incerto e dal possibile, indicando «quale sia - nella discussione in atto - la conclusione più congrua al patrimonio di idee, convinzioni ed esperienze di chi ascolta», conclusione che però «non appare più una semplice pretesa soggettiva del tutto opinabile, ma ciò che l'uditorio, i partecipi del contesto, non possono rifiutare senza ridurre ad insignificanza il loro stesso pregresso sapere» (p. 80). Rinviando alla lettura del testo per gli articolati passaggi di questo assunto e per alcuni interessanti approfondimenti (ad esempio, l'analisi di alcune orazioni di Cicerone e di un'orazione contemporanea, l'illustrazione delle figure retoriche e del valore dei brocardi nell'argomentazione forense, e altro ancora), preme qui rilevare che questa modalità di accesso al vero consente, da un lato, di superare ingenuità ed illusioni oggettivistiche e, dall'altro, di accantonare rassegnate approssimazioni scettiche, per aprire ad una prospettiva nuova che pone con chiarezza, sia pure nella consapevolezza dei propri limiti, il fine dell'attività processuale nella ricerca della verità, il cui riconoscimento è senza dubbio «ciò che vi è di veramente incorruttibile nel contenuto dell'idea della giustizia» (E. Opocher, voce Giustizia (filosofia del diritto), in Enc. dir., vol. XIX, Milano 1970, p. 581) (Marco Gradi).

 

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Questo articolo è stato creato il Mercoledì 4 Giugno 2008 alle ore 4:07 am ed è archiviato nella categoria Recensioni, Generale. Attraverso Feed RSS 2.0 è possibile monitorare questo articolo. Both comments and pings are currently closed.