Cermeg

 Hanno avuto luogo a Trento nei giorni 12, 13 e 14 giugno, presso la Facoltà di Giurisprudenza, le GTR, giunte ormai alla loro ottava edizione.

Il tema di quest'anno è stato "Retorica e deontologia forense". Secondo una sperimentata consuetudine, il convegno era suddiviso in tre sessioni distinte: quella dedicata alla prassi forense, quella di dottrina e l'ultima affidata ai filosofi e teorici del diritto. A questi è toccata la sintesi finale delle diverse prospettive che, di volta in volta, giuristi di foro e d'accademia hanno proposto alla riflessione dei partecipanti.

Di seguito si riportano, in forma di domande e di argomentazioni, le linee generali che l'organizzazione scientifica del convegno ha sottoposto a relatori e discussants per orientare la discussione.

Il depliant delle GTR-8 può essere scaricato (vedi PDF allegato in fondo alla pagina).

Informazioni ulteriori anche sul sito web della Facoltà

 1)    Qual è la natura della deontologia forense?

Sul piano oggettivo della fenomenologia delle prescrizioni che orientano la condotta dell'avvocato si rileva che l'origine delle norme deontologiche è prettamente casistica (ex facto oritur jus). Come il codice giustinianeo nel diritto romano, anche il codice deontologico forense costituisce un punto d'arrivo e non un punto di partenza di un'elaborazione della casistica disciplinare decisa in sede di giurisdizione domestica giudicando illecite condotte che non sono predeterminate e che si cristallizzano in fattispecie rilevanti per l'esemplarità, non per la tassatività o la determinatezza dei casi espressamente meritevoli di sanzione.

2)    La deontologia forense è un'etica processuale?

L'ordinamento forense costituisce una disciplina dell'assunzione di responsabilità dell'avvocato (un'etica) e non un ordine normativo astratto da seguire nello svolgimento concreto della professione per finalità operative (una deontologia), proponendosi la tutela della libertà dell'attività forense attraverso la mostrazione dei suoi limiti. Per tale ragione, è forse possibile spiegare la natura processuale dell'etica forense, sia perché l'avvocato ha l'esclusiva del patrocinio giudiziale, sia perché ogni condotta dell'avvocato è valutata in funzione del processo, alla luce del comportamento che il difensore tiene prima, durante e dopo il processo.

3)    Qual è il nesso logico tra deontologia e metodologia?

L'insieme dei criteri che orientano la diligenza dell'avvocato nella consulenza stragiudiziale e nell'assistenza giudiziale si ritrova così nel concreto metodo di lavoro che il giurista è chiamato ad attuare quotidianamente nella prassi giuridica, tenuto conto che il processo è la metodologia organizzata di composizione della controversia.
Questa metodologia è la retorica, ossia la logica della controversia che ogni avvocato deve tener presente per prospettare correttamente una soluzione argomentata del caso concreto in difesa del proprio cliente.
Pensata dai classici nel suo fondamento dialettico, la retorica forense amministra le obiezioni e, pertanto, permette di discernere e comporre le opposizioni che si presentano all'avvocato nelle relazioni che l'attività professionale propone quotidianamente nei rapporti con i magistrati, i clienti, i colleghi e i terzi. Da queste relazioni nasce lo schema delle condotte di rilevanza disciplinare descritte nel codice deontologico forense.

4)     I doveri dell'avvocato sono obbligazioni metodologiche?

È noto che, di regola, le obbligazioni inerenti all'esercizio dell'attività professionale forense costituiscono obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, non per conseguirlo.
Ne deriva che l'obbligazione metodologica del professionista forense è anche un'obbligazione deontologica, giacché «l'inadempimento dell'avvocato alla propria obbligazione «non può essere desunto, "ipso facto", dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti lo svolgimento dell'attività professionale e, in particolare, del dovere di diligenza» (cfr. Cassazione civile, sez. III, 26 febbraio 2002, n. 2836 in Giust. civ. Mass. 2002, 323; Rass. forense 2003, 399).

5)    Il dovere di fedeltà è un dovere di metodo?

Dunque, l'etica professionale dell'avvocato si realizza attraverso un'assunzione di responsabilità e un atteggiamento di giustificazione logica delle proprie contestazioni e di mediazione dialogica delle opposte pretese controverse nei rapporti con il cliente, con l'avversario, con il collega e con il giudice.
Per questa via relazionale, si comprende perché la fedeltà al proprio assistito e all'ordinamento giuridico (principio della doppia fedeltà) si costituisca nel dovere di lealtà che, nella prassi forense, si manifesta precipuamente nella difesa del processo, ossia nella tutela dei diritti e dei doveri del rito giudiziale, nel quale la forma diventa sostanza, come si nota paradigmaticamente nell'attuazione dialogica del principio del contraddittorio. L'avvocato è colui che realizza la mediazione necessaria tra l'assistito e il giudice e che consente di dare rilievo alla forma dialogica del processo, imponendo l'irruzione del discorso razionale nella discussione organizzata della controversia.
Nella legislazione, risulta acquisito che l'attività processuale dell'avvocato sia governata dal principio di lealtà (art. 88 c.p.c.) e dal dovere di svolgere l'attività difensiva (art. 105 c.p.p.), la cui violazione diventa illecito penale nei casi di patrocinio o consulenza infedele (380 c.p.), infedeltà mediante il contemporaneo patrocinio a parti contrarie (381 c.p.), subornazione (art. 377 c.p.), favoreggiamento personale (art. 378 c.p.), favoreggiamento reale (art. 379 c.p.) e frode processuale (art. 374 c.p.).
Nello stesso ordinamento forense è espressamente previsto l'obbligo dell'avvocato di rispettare il dovere di lealtà e correttezza (art. 6 del codice deontologico forense), il dovere di fedeltà (art. 7), il dovere di difesa (art. 11) e il dovere di verità (art. 14).

6)    Qual è la natura dell'avvocato?

La descrizione della fenomenologia dell'ordinamento disciplinare forense e della sua natura metodologica e processuale impone di riflettere sull'ontologia dell'avvocato. Non si tratta di dedurre giudizi di valore o prescrizioni da descrizioni di fatti, anche se ciò potrebbe ammettersi quando si riflette sul fine dell'attività professionale dell'avvocato, che è la tutela della libertà propria e del proprio assistito, non certo la vittoria tecnica nel giudizio controverso (si pensi alla medicina, in cui dalla diagnosi si può desumere la terapia quando si tiene presente il fine della salute).
Sul piano logico, l'etica forense si giustifica però sul carattere dialettico e relazionale del dovere di svolgimento dell'attività forense che, per sua natura, è difensiva e, dunque, resistente alle obiezioni e critica delle posizioni opposte in forza del principio di non contraddizione: l'avvocato che non contesta e non difende contraddice la sua figura, il suo proprium.
In tal modo l'avvocato è portatore di giustizia, che secondo Platone è l'azione (pràxis) in cui ciascuno è sollecitato a rispondere secondo ciò che è più proprio in lui.

7)    L'avvocato è anche un retore?

Advocatus è colui che è chiamato a soccorrere, a salvare, a chiedere di rendere ragione dell'esercizio di un potere, al quale si chiede di resistere.
Rhetor è colui che è capace di dire bene e di dire il bene (euléghein) e, dunque, è anche vir bonus dicendi peritus, colui che usa la retorica per il bene del cliente. Questa affermazione di Seneca, ripetuta da Cicerone e Quintiliano, forse contiene un duplice  e reciproco significato: solo il buon avvocato è un retore di valore; solo il buon retore è un avvocato di valore.
La rivalutazione di questa definizione classica dell'avvocato si oppone criticamente all'asettico tecnicismo della professione forense nell'età contemporanea, giacché l'autentico retore non si limita ad essere interprete formalista delle norme della legge oppure dei precedenti della giurisprudenza, deducendo da queste gli unici criteri argomentativi a sostegno della propria tesi difensiva.
In questa mentalità il fine non giustifica i mezzi, ma i mezzi sono anche il fine dell'agire, giacché il conseguimento dell'abilità tecnica nello svolgimento dell'attività professionale non è disgiunta dalla metodologia e, quindi, dalla deontologia con la quale tale abilità argomentativa viene esercitata e raggiunta.
La retorica implica la responsabilizzazione degli attori processuali, che debbono confrontarsi reciprocamente nella disputa giudiziale, con la conseguenza che la negligenza metodologica è una negligenza deontologica, essendo evidente che l'avvocato che trascura lo scrupolo e il rigore che implica il mandato professionale affidatogli dal cliente trascura inevitabilmente non soltanto l'adempimento dell'incarico contrattuale conferitogli, ma anche il rispetto dei princìpi basilari dell'etica forense.

 

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Questo articolo è stato creato il Giovedì 15 Maggio 2008 alle ore 3:52 am ed è archiviato nella categoria Archivio 2008, Convegni e seminari, Generale. Attraverso Feed RSS 2.0 è possibile monitorare questo articolo. Both comments and pings are currently closed.