Cermeg
Lelio LANTELLA, Emanuele STOLFI, Mario DEGANELLO
Operazioni elementari di discorso e sapere giuridico
G.Giappichelli Editore
Torino 2004
 
 
 

 

Analogamente a quanto accade per l’aritmetica, alla base del sapere giuridico sarebbe dato rinvenire alcune elementari operazioni di discorso dalla cui correttezza verrebbe a dipendere, perlomeno ad un primo livello, il rigore dello stesso discorso giuridico: di questo tenore la tesi, netta e – in certo qual modo – provocatoria, sostenuta in Operazioni elementari di discorso e sapere giuridico.
Non è ovviamente questa la sede più adatta a sgranare, in tutta la sua complessità, la trattazione contenuta nel presente manuale (arricchito di innumerevoli riferimenti ed esempî), nondimeno potranno risultare indicative dell’impostazione seguita dagli autori alcune note introduttive allo studio delle predette operazioni fondamentali.
Di qualificazione, innanzitutto, si parla con riferimento all’operazione consistente nell’enunciare solo una o più caratteristiche tra tutte quelle atte ad identificare entità reali (“questo atto integra un testamento”, “la bergère è una poltrona”, “B è una lettera dell’alfabeto”, “questa non è una macchina, ma un catorcio!” et c. ). Si possono distinguere varie tipologie di qualificazioni (di individualità o di classi, attributive o identitarie, semplici o composte, descrittive o direttive, teoriche o pragmatiche, neutre od orientate), ma, dal punto di vista tecnico, l’operazione in parola si articola sempre in tre momenti: analisi del qualificante (ad es. il concetto di “giallo”), analisi del qualificando (ad es. il canarino del bar all’angolo), accoglimento o rifiuto della qualificazione, in ragione della pertinenza e correttezza della stessa (“il canarino del bar all’angolo è/non è giallo”).
Pur potendosi considerare in due accezioni distinte (logica e giuridica), la sussunzione viene sostanzialmente intesa come operazione che, mediante ricorso ad uno schema sillogistico, permette di ricondurre un fatto entro una fattispecie (“la recensione del concerto di Capodanno secondo la quale ‘l’ammazzatasti strimpellò accanitamente per 93 minuti’ integra gli estremi della diffamazione a mezzo stampa”). Anche qui, dal punto di vista tecnico, l’operazione viene prospettata come tripartizione: costruzione della griglia degli elementi della fattispecie, analisi del fatto alla luce della griglia approntata, conclusione (affermativa o negativa) sulla riconducibilità del secondo alla prima. In tutto questo, la correttezza dell’operazione di sussunzione, che pure può configurarsi in vario modo, deriva dalla verità di ciò che viene asserito circa la fattispecie e di ciò che viene asserito circa il fatto.
Altra operazione basilare si rinviene nell’esemplificazione, la quale consiste nell’enunciare, con riferimento ad una classe, un singolo elemento o una sotto-classe: “tra le fonti del diritto ricordiamo anzitutto la legge”, “un esempio di cane è il bassotto”, “se vuoi capire com’è fatta una spider, pensa alla BMW Z4”. Vi sono esempî di individualità (“il tuo socio è un bell’esempio di malandrino”) oppure di classi (“sia il truffatore che l’omicida sono delinquenti”), reali (“l’altro giorno la madre di Giulio è andata a fare la spesa … “) o fittizî (“e se fosse successo a te quel che hanno fatto ieri alla madre di Giulio, cosa avresti detto?”), descrittivi (“ecco un esemplare di falco pellegrino!”) o direttivi (“prendi esempio da Giorgio!”), ma i requisiti che tutte e ciascuna queste tipologie di esempio debbono rispettare sono essenzialmente due: verità (se presentati come reali) ed efficacia.
L’elencare è operazione che consiste nell’enunciare i singoli elementi di una classe: “i semi delle carte da gioco sono cuori, quadri, fiori, picche”; “secondo l’art.1325 c.c., i requisiti del contratto sono: a) l’accordo delle parti, b) la causa, c) l’oggetto, d) la forma, quando prescritta dalla legge sotto pena di nullità”; “i vizi capitali sono accidia, avarizia, gola, invidia, ira, lussuria, superbia” e via discorrendo. Attesa la natura di tale operazione, andranno rispettati i requisiti della completezza, dell’ordine e della omogeneità, tuttavia possono darsi considerevoli margini di adeguazione in ragione delle esigenze fatte palesi dal caso concreto: sicché, in definitiva, un elenco (di individualità o classi, a sequenza libera o vincolata, ricognitivo o repertoriale et c.) potrà considerarsi soddisfacente o meno anzitutto guardando a quanto richiesto dal destinatario.
La definizione, invece, è un’operazione che consiste nell’enunciare le caratteristiche necessarie e sufficienti ad identificare un oggetto: “la valanga è una massa di neve che si muove lungo un pendio improvvisamente e velocemente”. Tralasciando le numerose vie attraverso le quali si può pervenire a definire alcunché (le quali corrispondono ad altrettante tipologie di definizione), particolare rilievo è bene conferire ai requisiti fondamentali che, comunque, una definizione deve presentare per potersi dire rigorosa: linearità ( = non circolarità), giustezza ( = non inadeguatezza per eccesso o per difetto), chiarezza ( = non oscurità, ambiguità, indeterminatezza); a tali requisiti, si possono poi affiancare due ulteriori requisiti, che attengono all’eleganza della definizione: affermatività ( = non deve contenere negazioni sostituibili) ed economicità ( = non deve includere ridondanze).
Si parla infine di classificazione allorquando si enunciano le sottoclassi, e le eventuali sotto-sottoclassi, nelle quali è divisibile senza residui una determinata classe. Così, ad esempio, si può dire che la classe dei “calciatori” si suddivide nelle seguenti sottoclassi: portieri, difensori, centrocampisti, attaccanti e ‘jolly’. Il classificare è dunque un’operazione intesa “ad effettuare una rappresentazione ordinata di un campo d’esperienza”, la quale può venire condotta ad uno o più livelli, con criterio semplice o composto, potendo risultare semplice o composta (sistema di classificazioni), positiva o con una sottoclasse negativa, omogenea o con una sottoclasse residuale. Requisiti fondamentali delle classificazioni sono pertinenza, rigore e trasparenza, mentre, di converso, erronee risultano tutte quelle classificazioni che non li integrano (come, ad es., le classificazioni incomplete o non distintive).
Fin qui, nelle grandi, grandissime linee, i contenuti del manuale.
Ora, va senz’altro dato atto agli autori dell’impegno e della cura profusi in questi prolegomeni allo studio delle asserite componenti elementari del discorso giuridico, con una particolare attenzione per gli aspetti lato sensu culturali della materia (all’interno di ciascuna sezione si rinvengono di frequente accostamenti culti e digressioni d’indole storica e filosofica), per la chiarezza (riescono particolarmente utili i paragrafi di raccordo tra le varie operazioni, le schematizzazioni, nonché il glossario finale) e per l’inscrivere – programmaticamente – il loro lavoro in un più ampio disegno di raccordo tra professione forense ed Accademia.
Tutto ciò premesso, sembra peraltro inevitabile affacciare qui alcune considerazioni critiche, le quali vorrebbero librarsi più in alto di specifiche perplessità, che potrebbero magari venire fugate o ridimensionate in seconda battuta (si veda, tra le altre, l’indistinzione esempio/qualificazione, giacché non convince la soluzione psicologistica proposta dagli autori, e il problema della verità dell’esempio, che non sembra còlto appieno – non si può certo negare che un’espressione del tipo “È come se dicessi che gli elefanti volano!” viene enunciata con fini cognitivi, a partire da un referente reale, ma certo la sua verità riesce difficile da comprendere alla luce di quanto esposto). L’impressione di fondo è che le operazioni elementari di discorso fatte oggetto di trattazione siano state – per così dire – “sradicate” dai fondamentali temi del diritto (verità, linguaggio, controversia, processo su tutti).
Paradossalmente, dunque, grande assente appare qui, dove si dovrebbe parlare di ciò che sostanzia il discorso giuridico, proprio quella logica giuridica che pure si intenderebbe promuovere, e che in Occidente vive – da tempo immemorabile – nell’articolazione topica/dialettica/retorica. Di più, la mancata delineazione della cornice del discorso potrebbe condurre ad ascrivere agli autori delle propensioni “algoritimiche”, in materia di sapere giuridico, che con ogni probabilità non rispondono alla loro formazione e alla loro vocazione (due di essi hanno recentemente dato alle stampe dei Profili diacronici di diritto romano, dai quali riemerge, viva, quella sensibilità classica che, invece, sembra perdersi tra le pieghe di questo Operazioni elementari di discorso e sapere giuridico).
In definitiva, quel che sembra mancare all’opera in esame, al di là del commendevole afflato analitico a cui essa s’impronta, è la “dinamica” del discorso giuridico, il quale, rivisitato attraverso la griglia categoriale proposta dagli autori, esce come qualcosa di statico ed inerte.
Lo stesso intento provocatorio, che vorrebbe tentare di scuotere fin dalle fondamenta un mondo forense sempre meno attento al rigore logico-giuridico per aggrapparsi stancamente all’informatizzazione (vissuta più come ultima ratio, che come risorsa topica), esce così pregiudicato dal non aver tematizzato, a fronte della necessità di affinare le competenze circa le operazioni in parola, la costituzionale indeterminatezza che affetta la stessa vita del diritto, riflettendosi nei suoi tradizionali formanti (legislazione, dottrina giurisprudenza): indeterminatezza che può venire vinta, nello specifico contesto controversiale e sociale, solo col rigore garantito da quell’attività retorica che – di volta in volta – discute, sviluppa, ricompatta attorno al caso di specie le premesse che vengono sgrezzandosi nel corso del processo attraverso un intenso lavorio topico e dialettico.

(Daniele Velo Dalbrenta)

Questo articolo è stato creato il Venerdì 19 Maggio 2006 alle ore 11:18 am ed è archiviato nella categoria Recensioni, Contributi, Generale. Attraverso Feed RSS 2.0 è possibile monitorare questo articolo. Both comments and pings are currently closed.