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Autori Vari
Retorica, processo, verità
a cura di F.Cavalla
CEDAM
Padova 2005
€ 26,00
 
 

 
Il testo che inaugura questo libro porta a termine (per ora) una
serie di studi sulla retorica improntati ad una idea centrale. Si tratta
dell’idea per la quale il dire forense non è soltanto destinato ad es-
sere più o meno apprezzabile sotto il profilo estetico, o sotto quello
della dottrina, o per la sua suggestività psicologica (persuasività): ma
ha la capacità di prospettare — o concorre a formare— un verità;
cioè una conclusione necessaria per tutti coloro che partecipano ad
una determinata controversia. Gli interventi che seguono il mio sag-
gio sono tutti sviluppi, verifiche o discussioni della tesi ora enunciata.
Si percorre così una via contro corrente. Una indebita conce-
zione degli strumenti scientifici (specialmente presente proprio tra
coloro che la scienza non praticano), unita ad una diffusa mentalità
formalistica, fiancheggiano un dominante pessimismo circa le capa-
cità dimostrative dei ragionamenti dell’avvocato (così come del giu-
dice). Peraltro, se la scepsi diventa, negli animi nobili, foriera di
dubbi inquietanti e feconde ricerche, essa viene anche spesso pre-
sentata — e così travisata — nelle vesti di uno scetticismo alquanto
straccione di cui si pascono gli incapaci, gli sfaticati, i superficiali, i
proni a qualsiasi forma di potere. Costoro, facendo leva sull’abusato
argomento — già noto ad Azzeccagarbugli e a tanti prima di lui —
per il quale una stessa norma di legge può ricevere interpretazioni
opposte, trovano poi comodo proclamare con enfasi, o apparente
rassegnazione, che l’efficacia dei discorsi nel processo resta affidata
a componenti eminentemente emotive (interessi, mentalità, pre-
giudizi e via dicendo); tale conclusione è l’unica cara ai sicofanti
dell’ovvio perché li “deresponsabilizza”, o meglio, giustifica (seb-
bene solo in apparenza) la loro totale mancanza di responsabilità.
Per fortuna le cose, in tema di retorica giudiziale, stanno ben
altrimenti. Basta saper guardare nella direzione giusta. Basta guar-
dare all’esperienza della comunicazione quotidiana. Qui, certo, o-
gni vocabolo, preso da solo e in astratto, può assumere significati
diversi; però, in concreto, in ogni singola situazione, i messaggi in-
tersoggettivi risultano nella maggioranza dei casi sufficientemente
univoci. Essi, cioè, sono capaci di indicare per tutti (gli astanti) la
stessa cosa: e quando ancora non abbiano raggiunto l’opportuna
chiarezza, gli interlocutori hanno i mezzi per scambiarsi ulteriori
informazioni finché sia conseguito lo scopo. Se così non fosse, del
resto, non solo non si riuscirebbe mai a qualificare un fatto attra-
verso concetti complessi come reato, contratto, negozio giuridico,
ecc., ma non si riuscirebbe neppure ad ordinare una portata al ri-
storante. Bisogna dunque tornare a riflettere sui meccanismi ele-
mentari della comunicazione quotidiana: per capire poi quali pos-
sibilità abbia la retorica di organizzarli al fine di produrre discorsi
capaci di garantire — entro limiti propri — le loro conclusioni.
Certo, la riflessione ora proposta risulta realmente efficace solo
quando ci si liberi da due pregiudizi tenacemente radicati nella cul-
tura dominante. Il primo consiste nell’opinione che quello mate-
matico sia l’unico paradigma dei ragionamenti rigorosi; il secondo
consiste nell’opinione che la qualifica di “verità” si addica soltanto
a proposizioni dotate di una validità universale nello spazio e nel
tempo. Invero il rigore prende molte forme, ciascuna adatta al pro-
blema che si sta affrontando; nessuno illustrerebbe la bellezza di un
quadro con concetti geometrici e nessuno dimostrerebbe il teorema
di Pitagora con categorie estetiche. Inoltre, il carattere necessario di
una conclusione — e la sua, conseguente, innegabilità — si pre-
senta (se si presenta) nei ragionamenti che aspirano ad essere sem-
pre e ovunque cogenti: ma si presenta anche nella forma di un fe-
nomeno localmente circoscritto; sono localmente necessarie le pro-
posizioni correttamente inferite da premesse, non contraddittorie,
che in un certo ambito sono assunte e lì (forse solo li) non discusse.
Appunto: quando si adotti il linguaggio ordinario l’univocità di
certe affermazioni, e delle loro conseguenze, vale solo nell’ambito
di un determinato contesto: giacché è nella singola situazione che i
vocaboli acquistano un significato preciso — e le inferenze non ap-
paiono smentibili — in relazione alle assunzioni, alle posizioni,
alla cultura, al modo di parlare di tutti gli interlocutori. Anche le
conclusioni retoriche, dunque, valgono solo nell’ambito di una par-
ticolare discussione: però lì, quando almeno in quel luogo esse ri-
sultino univoche, e quando gli astanti non possano rifiutarle senza
contraddire quanto hanno previamente assunto, allora in quel
punto le conclusioni retoriche acquistano il valore di una verità.
Cercata nelle varie forme particolari in cui si manifesta —sia-
no quelle della scienza o del linguaggio quotidiano — la verità
perde quell’alone di totale inaccessibilità che vorrebbero attribuirle
tanto i ponderosi pensieri di molti astrusi speculatori quanto gli
sbrigativi sorrisi di sufficienza di troppi “uomini con i piedi per
terra”. La verità appare finalmente come presenza familiare e indi-
spensabile ad organizzare ogni momento dell’esperienza intersog-
gettiva. Eppure proprio in questa sua dimensione domestica la ve-
rità non rinnega se stessa, la propria unità e universale validità: che
consiste nella capacità sempre in atto — e questa è davvero effi-
cace in ogni tempo ed in ogni luogo — di connettere premesse e
conclusioni (o comunque termini e affermazioni), della più svariata
natura, con nessi non scindibili almeno lì dove si sono costituiti.

A questo punto mi permetto ricordare che in occasione di un
mio precedente lavoro, La verità dimenticata (CEDAM, 1996), a-
vevo preannunciato un seguito, concernente il processo: e il se-
guito è costituito appunto dalle prossime pagine.
Potrebbe sembrare che tra i presocratici (argomento di quel li-
bro) e la retorica forense, il ponte di passaggio sia così aereo da ri-
sultare, più che invisibile, inesistente. Il collegamento, invece, c’è:
e risiede nell’idea stessa di verità. Molti di noi, oggi, sono condi-
zionati da una visione razionalistica per la quale la verità è un in-
sieme di proposizioni evidenti da cui si potrebbero dedurre cono-
scenze fondate e valori certi. Per converso molta parte del relati-
vismo contemporaneo rifiuta l’idea stessa di una verità uguale per
tutti perché continua a concepirla in modo razionalistico trovan-
dola così (e con ragione) insostenibile. È quanto mai attuale, al-
lora, ripensare al mondo arcaico. Da esso ci viene il ricordo, viep-
più sbiadito nella storia occidentale, di un altro modo di concepire
la verità: intravista, questa, come una potenza che è sempre uguale
a se stessa perché dovunque agisce, in modi diversi, nella stessa di-
rezione. In questa prospettiva, ovunque si manifesti, la verità co-
munque mostra che le parole di una certa situazione sono sempre
tra loro collegabili con un nesso inscindibile: il quale a sua volta,
però, dovrà collegarsi (e così trasformarsi) con nuove future parole;
originandosi così una attività — protagonista ne è il Logos —
dove ciò che è definitivo è il continuo collegare e non, certo, una
serie di singoli determinati contenuti.
La verità, in altri termini, assume forme diverse in rapporto
alle circostanze in cui si manifesta, ma mira sempre a produrre un
unico effetto: quello di dissolvere le opposizioni che via, via si for-
mano nella prassi tra uomo e uomo, così che sia consentita la co-
municazione tra i soggetti. Ora, questo fine viene perseguito con
intensità particolare nel processo: anzi, ne è il principio, è ciò che
costituisce il processo come momento insopprimibile della vita so-
ciale prima e oltre le sue determinazioni empiriche ottenute con le
norme giuridiche. E il principio del processo è anche quello che
fonda, spiega, e avvalora l’opera del retore in esso.

(Estratto dalla Prefazione di F.Cavalla)

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Questo articolo è stato creato il Martedì 1 Novembre 2005 alle ore 1:06 pm ed è archiviato nella categoria Altre pubblicazioni, Pubblicazioni del CERMEG, Generale. Attraverso Feed RSS 2.0 è possibile monitorare questo articolo. Both comments and pings are currently closed.